Mer. Ago 12th, 2026

Verde urbano, qualcosa è cambiato

Dalla ricerca all’opinione pubblica, dalle istituzioni alle imprese: com’è cambiato il racconto del verde urbano e con quali conseguenze

Un bambino a una fontanella in un parco urbanoFoto: iStock

Per decenni il verde urbano è stato raccontato come una questione estetica: alberature, aiuole, parchi, decoro. Oggi, invece, la ricerca scientifica, le politiche pubbliche e una parte crescente dell’opinione pubblica lo considerano sempre più una vera infrastruttura capace di raffrescare le città, trattenere acqua, proteggere il suolo, migliorare la qualità dell’aria, sostenere la biodiversità e incidere sul benessere psicofisico delle persone.

Dal ruolo estetico al valore ecosistemico

Il cambio di prospettiva è evidente prima di tutto nella letteratura scientifica. Una revisione bibliometrica pubblicata su Heliyon nel 2023 ha analizzato circa 4.000 articoli e review sul tema degli urban green space negli ultimi trent’anni, mostrando come da una lettura prevalentemente urbanistica e paesaggistica si sia passati a una visione più ampia, legata a servizi ecosistemici, salute, benessere, sostenibilità e resilienza urbana.

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Il boom delle nature-based solution

Anche le nature-based solution, cioè soluzioni basate sulla natura, hanno conosciuto una forte accelerazione: una review pubblicata su Ambio nel 2025 ha analizzato 258 studi tra 2009 e 2023 e rilevato che il tema è cresciuto soprattutto dopo il 2020 (cioè dopo il Covid), organizzandosi attorno a quattro grandi cluster: pianificazione urbana, riduzione del rischio da disastri, foreste e biodiversità.  

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In altre parole, il verde non viene più studiato solo come “spazio libero” dentro la città, ma come un sistema complesso che collega suolo, acqua, aria, biodiversità e salute umana.

Verde urbano, qualcosa è cambiato: una coppia di anziano in un parco davanti a un laghetto
Foto: iStock

Nuove frontiere e alleanze ecologiche

Questo si vede anche nella ricerca sulla biodiversità urbana: uno studio bibliometrico del 2022 ha evidenziato come, dopo una fase iniziale centrata sulla diversità delle specie, gli studi si siano orientati verso servizi ecosistemici, protezione della biodiversità e soddisfazione dei residenti. Lo stesso lavoro indica come temi futuri la regolazione dell’acqua, del carbonio, dell’azoto e del fosforo nei suoli urbani, oltre al ruolo dei microrganismi e delle relazioni tra piante, insetti, uccelli e altri organismi.  

Uno scudo contro il riscaldamento globale

La direzione è chiara: il verde urbano entra sempre di più nel cuore delle politiche di adattamento climatico. Le città sono infatti tra i luoghi più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale: isole di calore, allagamenti improvvisi, impermeabilizzazione dei suoli, inquinamento atmosferico e perdita di biodiversità. Per questo alberi, parchi, tetti verdi, rain garden, corridoi ecologici e forestazione urbana vengono studiati come strumenti concreti per ridurre la temperatura, assorbire acqua piovana, limitare il deflusso superficiale, migliorare la qualità dell’aria e offrire rifugi alla biodiversità.

Gli effetti sulla salute individuale e pubblica

Anche il rapporto tra verde e salute è diventato molto più centrale. La letteratura scientifica collega gli spazi verdi a benefici fisici e mentali: maggiore attività fisica, riduzione dello stress, miglioramento del benessere percepito, mitigazione degli effetti del caldo estremo. Una review citata nel 2024 dal Guardian, guidata dalla London School of hygiene & tropical medicine e pubblicata su Bmj Open, ha esaminato studi tra il 2000 e il 2022 e ha rilevato che le aree urbane con più parchi e alberi sono associate a minori rischi di malattie e mortalità legate al caldo, oltre che a benefici su salute mentale e benessere.

Cittadini consapevoli

Questo spostamento sul piano della ricerca si accompagna a un cambiamento nella sensibilità dell’opinione pubblica. Il 78% degli europei (fonte Eurobarometro 2024) ritiene che le questioni ambientali abbiano un effetto diretto sulla propria vita quotidiana e sulla salute, mentre il 97% degli italiani considera importante l’adattamento ai cambiamenti climatici, addirittura il 67% ritiene che debba essere una priorità nazionale (fonte Banca Europea per gli Investimenti 2024) e, infine, il 41% indica come priorità locali l’aggiunta di strade alberate o la creazione di spazi verdi per raffrescare le città. Un dato che documenta un cambio culturale: il cittadino non percepisce più l’albero solo come ornamento o come elemento di decoro, ma come parte della risposta concreta al caldo, agli eventi estremi e alla vivibilità urbana.

Verde urbano, qualcosa è cambiato: visitatori in un parco
Foto: iStock

La spinta normativa dell’Europa

La stessa Unione europea ha tradotto questa sensibilità in norme e obiettivi. Nel 2024 è entrata in vigore la Nature restoration law, che stabilisce obiettivi vincolanti per il ripristino degli ecosistemi degradati, con particolare attenzione a quelli capaci di catturare carbonio e ridurre l’impatto dei disastri naturali. Anche se la legge riguarda un quadro più ampio rispetto al solo verde urbano, conferma una tendenza ormai consolidata: natura, biodiversità e sicurezza climatica vengono integrate nella pianificazione pubblica.

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Le città italiane come laboratori di sostenibilità

In Italia, le evidenze del cambiamento sono visibili, anche se non sempre omogenee. Crescono, infatti, nei 109 comuni capoluogo – dove vive circa un terzo della popolazione italiana – le zone di forestazione urbana per la mitigazione dell’isola di calore, e aumentano, seppure lentamente, anche quelle verdi accessibili. Le città – proprio laddove si concentrano le attività antropiche – diventano “laboratori della sostenibilità”, in cui sviluppare strategie per contenere gli impatti ambientali e climatici e migliorare la qualità della vita. 

Milioni di nuovi alberi

Il PNRR ha dato un’accelerazione istituzionale a questo processo. La misura “Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano”, monitorata da OpenPNRR, è rivolta soprattutto alle 14 città metropolitane e prevede boschi urbani e periurbani, con l’obiettivo di piantare almeno 6,6 milioni di alberi su 6.600 ettari di foreste urbane, anche per incidere positivamente su biodiversità, riduzione dell’inquinamento atmosferico e qualità dell’aria nelle aree metropolitane.

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Insomma, possiamo dire che sensibilità pubblica, ricerca scientifica, norme europee e fondi PNRR vanno nella stessa direzione; difficile per le amministrazioni cittadine non tenerne conto.

Un settore economico da record

Se ne è accorto, invece, il settore del verde e del florovivaismo, che sta vivendo una fase di crescita e di riposizionamento. Secondo il Crea, nel 2024 la produzione nazionale ha raggiunto i 3,2 miliardi di euro, record dell’ultimo decennio e tra le prime tre nell’Unione europea, con 19.000 aziende e 45.000 ettari.

Tra certezze e sfide per il futuro

Questi numeri raccontano una trasformazione economica oltre che culturale. Le imprese non sono più chiamate soltanto a “fare giardini”, ma a progettare, realizzare e mantenere infrastrutture verdi complesse: forestazioni urbane, parchi resilienti, sistemi di drenaggio naturale, verde pensile, alberature stradali, aree per la biodiversità, spazi terapeutici e giardini pensati anche per salute e benessere. Non a caso il Libro bianco del verde, promosso da Assoverde, Confagricoltura e Kèpos con il contributo del Crea, ha dedicato la sua quarta edizione proprio al “verde nella città che cambia”. 

Nuove competenze

Un parco oggi non viene valutato solo per la sua estensione, ma anche per la sua capacità di ridurre il caldo, trattenere acqua, favorire biodiversità, essere accessibile, migliorare la salute e creare spazi di relazione. Questo comporta nuove competenze per progettisti, vivaisti, manutentori, agronomi, paesaggisti e amministrazioni pubbliche.

Le contraddizioni del quadro italiano

Il quadro italiano resta però contraddittorio. Da un lato aumentano investimenti, attenzione pubblica e valore economico del settore. Dall’altro, molte città continuano a soffrire per carenza di verde accessibile, manutenzione insufficiente, suoli impermeabilizzati e disuguaglianze territoriali. Il verde urbano, insomma, è diventato una priorità riconosciuta, ma non ancora una politica pienamente strutturale ovunque.

Una nuova grammatica del verde urbano

La conclusione è che negli ultimi anni è cambiata la grammatica stessa del verde urbano. Non più elemento decorativo o di arredo urbano, ma infrastruttura vitale per rispondere in modo sistemico ed integrato a crisi climatica, salute pubblica, gestione dell’acqua, tutela del suolo, biodiversità e qualità della vita. La sfida, adesso, è trasformare questa nuova consapevolezza in capacità amministrativa, continuità di investimenti e competenze tecniche adeguate. Perché piantare alberi è importante, ma non basta.

Cam verde pubblico: un binocolo fra le mani
Foto: Canva

Servono progettazione, cura, manutenzione e una visione di lungo periodo che si estenda alla città e soprattutto a chi la abita.

SCRIVE PER NOI

Cristina Giannetti
Cristina Giannetti
Capo ufficio stampa del Crea e direttore responsabile di creafuturo, la sua testata giornalistica. Laureata in storia sociale e giornalista professionista dal 1997, dopo una parentesi da autrice e conduttrice tv, matura una più che ventennale esperienza nella comunicazione istituzionale e nella disseminazione scientifica, creando format e contenuti originali per media e target differenti