La scelta della specie rappresenta uno dei punti nodali della progettazione, poiché consente di avere uno spazio verde capace di sopravvivere a lungo e di mantenere nel tempo caratteristiche estetiche di pregio e di non impiegare quelle tecniche colturali che, pur se in grado di minimizzare l’influenza negativa di alcuni parametri ambientali, aumentano i costi della gestione.
Un aspetto che, quindi, si riflette fortemente sugli esiti dell’impianto, ma a cui spesso non si presta adeguata attenzione, anche a causa del fatto che l’acquisto delle piante rappresenta un’aliquota modesta (circa il 10-12%) del costo della realizzazione di un’area a verde.
I criteri della scelta
I criteri cui ancorare la scelta sono molteplici. Occorre, prima di tutto, contemperare esigenze connesse con la varietà di tipologie di verde da realizzare, con le specificità di funzioni assegnate o richieste a ciascuna di queste, con le particolari condizioni ambientali in cui le piante sono chiamate a vivere, piuttosto avverse sotto il profilo delle caratteristiche fisiche e chimiche dell’aria e del substrato.
Estetica, ambiente e costi
Si aggiungono poi aspetti di carattere sociale, economico e organizzativo che occorre sempre tenere come punti di riferimento, poiché ad essi sono legate la cura e manutenzione, e quindi la conservazione nel tempo, del verde stesso. La necessità di individuare soluzioni non onerose sotto il profilo finanziario è, soprattutto nell’attuale fase congiunturale, uno degli imperativi dai quali non ci si può discostare.

La città, un ambiente complicato
I vincoli legati alle condizioni ambientali riguardano in maniera più o meno accentuata tutte le tipologie di verde, anche se quelli più difficili da superare sono legati al fatto che spesso si opera all’interno del recinto urbano, dove le condizioni per le piante non sono favorevoli. Un elemento che richiede attenzione è dato dal comportamento delle specie rispetto ai diversi inquinanti presenti nell’atmosfera.
Dati utili
Sotto questo profilo sono disponibili dati di riferimento che, pur con i limiti presentati (mancanza frequente del valore soglia in corrispondenza del quale si verifica il danno, assenza di indicazioni sullo stato sanitario della pianta, sulla sua età o sulla sua fase fenologica), possono essere utilizzati per una più mirata scelta della specie. I problemi brevemente delineati debbono venire risolti sempre alla luce dei vincoli sociali, organizzativi ed economici di cui si è accennato. Un problema quindi estremamente complesso, per il quale spesso si pensa ci possa essere una soluzione univoca.
Specie autoctone, sì o no?
George Bernard Shaw scriveva: “Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata”. Un aforisma che ben descrive la sicumera con cui spesso si pensa di aver individuato una soluzione definitiva. Accade anche nella scelta delle piante più adatte all’ambiente urbano, dove si ritiene frequentemente che la risposta consista nell’utilizzo di specie più rustiche. E quali potrebbero esserlo più delle piante autoctone?
Le specie autoctone rappresentano certamente una risorsa da valorizzare, ma questa convinzione, se interpretata in maniera esclusiva e semplicistica, rischia di diventare fuorviante.
Ambiente mutato
Due elementi, in particolare, meritano di essere richiamati: il primo sta nel il fatto che l’ambiente urbano è profondamente diverso da quel circostante ambiente naturale dove le specie autoctone si sono evolute. Basti pensare all’isola di calore, al livello di inquinamento, a quegli eventi meteorici estremi, sempre più frequenti e rovinosi, che si verificano per effetto del cambiamento climatico. I soli incrementi di temperatura che si registrano in città sono in grado di “spostare”, se si analizzano le isoterme italiane (linee ideali che collegano località con le stesse temperature medie), per effetto di appena 2°C di temperatura in più, una località a oltre 300 km a sud rispetto alla sua reale posizione geografica.
Contaminazioni millenarie
Il secondo elemento è che non sempre siamo pienamente consapevoli di cosa sia una pianta autoctona. Da almeno diecimila anni, il bacino del Mediterraneo è stato un crocevia di movimenti, migrazioni e passaggi di popolazioni diverse, per cui il suo paesaggio vegetazionale è caratterizzato da molte specie alloctone: fico d’India, agave, palme, ficus, robinia, jacaranda, agrumi, bignonie, buganvillee.
Lucien Febvre in un saggio dal titolo Le sorprese di Erodoto e le conquiste dell’agricoltura mediterranea, scritto nel 1940, ha colto bene il problema della trasformazione del paesaggio sotto l’aspetto vegetazionale. Il celebre storico francese offriva la traccia di un percorso a partire da una constatazione: Erodoto, lo storico e geografo dell’antichità, non riconoscerebbe i “suoi” paesaggi, se oggi dovesse ripercorrere lo stesso itinerario dei viaggi che ha compiuto nel V secolo a.C.
Il Mediterraneo di Erodoto
Vediamo cosa scrive Febvre: “Immaginiamo il buon Erodoto mentre rifà oggi il suo periplo del Mediterraneo orientale. Quali stupori. Questi frutti d’oro entro gli arbusti verde scuro, considerati “caratteristici del paesaggio mediterraneo”, aranci, limoni, mandarini: non si ricorda affatto di aver visto nulla di simile in vita sua… Perbacco! Sono frutti dell’Estremo Oriente, portati dagli arabi. Queste piante bizzarre dalle sagome insolite, aculee, lance fiorite, nomi strani, cactus, agavi, aloe; come sono diffuse! Mai viste in vita sua… Perbacco! Sono americane. Questi grandi alberi dal fogliame pallido che, tuttavia, portano un nome greco, Eucalipto: in nessun posto ne ha mai visti di simili, in contrade conosciute, il padre della storia… – Perbacco! Sono australiani. E queste palme? Erodoto le ha viste una volta nelle oasi in Egitto, ma mai sui bordi del mare azzurro. Mai, neppure i cipressi, questi persiani”.
Abbandonare i pregiudizi
Alcune piante che consideriamo pienamente autoctone, come papaveri e fiordalisi, sono “esotiche” arrivate molti millenni or sono insieme alla coltivazione del frumento, di cui erano tipicamente infestanti.Nella scelta della specie, quindi, non si può operare per dicotomie o secondo schemi preclusivi.
Si tratta di un tema complesso, che richiede un approccio aperto e una riflessione ancora tutt’altro che conclusa.
SCRIVE PER NOI

- Professore ordinario di Orticoltura e floricoltura presso Università di Catania. La sua attività scientifica, documentata da oltre trecento pubblicazioni e contributi a convegni nazionali e internazionali, si concentra sulla caratterizzazione funzionale delle piante ornamentali, sugli stress abiotici, sul verde urbano e storico e sulla tutela della biodiversità.


