Gio. Ott 8th, 2026

Meno torba nei vivai: le alternative green, dal cocco al compost

La torba è ancora un pilastro dei substrati florovivaistici, ma la sua estrazione mette a rischio ecosistemi preziosi. Fibra di cocco, legno e compost possono offrire alternative per ridurne progressivamente l’impiego

Meno torba nei vivai: le alternative green. Un blocco di torbaFoto: Wikipedia

C’è un ingrediente che da decenni aiuta le piante a crescere in serre e vivai, prima che siano abbastanza forti da mettere radici in giardini, vasi e frutteti. È la torba, materiale organico di origine vegetale che si forma nell’arco di migliaia di anni in ambienti umidi e poveri di ossigeno e che è diventato un pilastro del settore florovivaistico.

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Utilizzata nei terricci per la produzione di fiori, piante ornamentali, alberi da frutto e specie arbustive destinate al verde pubblico e privato, la torba ha però un problema: la sua estrazione danneggia gli ecosistemi nei quali si forma. Da qui la ricerca di materiali alternativi capaci di garantire buone prestazioni nelle coltivazioni senza continuare a sfruttare le torbiere.

Ecosistema da salvaguardare

«L’estrazione della torba è un’attività distruttiva che danneggia un tipo di suolo particolare e fondamentale: le torbiere. Queste aree umide nelle quali si forma la torba sono un prezioso sito di accumulo di carbonio, regolano la stabilità delle falde acquifere superficiali e sostengono un’incredibile biodiversità» dice Giuseppe Corti, pedologo presso l’Università Politecnica delle Marche.

Il professor Giuseppe Corti
Giuseppe Corti, ordinario di Pedologia. Foto: Crea

«Per salvaguardare questi ecosistemi dobbiamo azzerare il consumo di torba».

Ricerca aperta

Ecco, quindi, che ricercatori e imprese di settore sono all’opera per trovare nuovi materiali in grado di migliorare le caratteristiche dei terricci usati per coltivare giovani piante. Dalle fibre legnose del cocco ai terricci “pascolati” dai lombrichi, passando per i nostri prodotti di scarto, alcune alternative alla torba sono già pronte.

Ruolo ecologico prezioso

Ma perché la torba è così importante? «Le torbiere occupano una parte molto piccola della superficie terrestre. Eppure, la maggior parte del carbonio immagazzinato nel suolo è contenuto in questi ambienti e nella sfida climatica la loro conservazione non può essere trascurata», spiega Corti. Le torbiere coprono, infatti, circa il 3% della superficie terrestre ma sono responsabili dello stoccaggio di quasi un terzo del carbonio presente nel suolo.

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È una quantità di carbonio pari al doppio di quello contenuto in tutte le foreste del mondo. Se degradate o drenate, le torbiere rilasciano circa 2 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno, pari al 4% delle emissioni antropiche globali.

La torbiera di Kõnnu Raba, in Estonia. Foto: Pexels

Come nasce la torba

L’efficienza della torba nel tenere il carbonio sepolto nel suolo è legata all’ambiente in cui questo materiale si forma. Diffuse soprattutto nelle regioni fredde e umide dell’emisfero settentrionale, come Russia, Canada e penisola scandinava, e in alcune regioni tropicali di Africa e Sudest asiatico, le torbiere sono ambienti umidi dove l’acqua ristagna. Foglie, rami, radici e altre parti delle piante che crescono in questi ambienti, una volta cadute al suolo, si accumulano nel tempo.

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I microrganismi decompositori, infatti, in assenza di ossigeno per la presenza di acqua non riescono a degradare i detriti vegetali, che nel corso di migliaia di anni rimangono intrappolati nel suolo, portando alla formazione della torba. Se non rimaneggiate, le torbiere diventano così uno dei serbatoi di carbonio più stabili e importanti presenti sulla Terra.

Estrazioni pericolose

Molte nostre attività estrattive, però, minacciano questi ambienti. Secondo la più recente Valutazione globale delle torbiere, pubblicata dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente nel 2022, circa il 12% delle torbiere della Terra è stato prosciugato o danneggiato. Ogni anno, in tutto il mondo, perdiamo circa 500.000 ettari di torbiere. Cioè quasi quanto la superficie della Città metropolitana di Roma.

Rischio subsidenza

«Oggi, le torbiere vengono rimaneggiate e danneggiate per vari scopi. L’estrazione di metano, per esempio, è una delle prime cause di degradazione che ne minaccia la stabilità. Questa attività causa, inoltre, il fenomeno della subsidenza, cioè un abbassamento graduale del terreno che porta al collasso delle torbiere» dice il ricercatore. In Siberia, poi, molti ambienti di torbiera vengono distrutti dai cercatori di frodo delle zanne di mammut. Infine, c’è l’estrazione della torba usata per arricchire i terreni e favorire la crescita delle piante nel settore florovivaistico. «È una delle attività più distruttive che minaccia la conservazione delle torbiere» conferma Corti.

Verso un minore consumo

Per garantire la salute delle torbiere, contenere queste attività è fondamentale. Negli ultimi anni, attraverso campagne di protezione delle zone umide e delle torbiere, l’uso della torba nella filiera florovivaistica, per esempio, è diminuito. Eppure, continuiamo a consumarne troppa. A oggi non esiste un regolamento unico europeo che ne vieti direttamente l’utilizzo, ma molti paesi adottano strategie interne per limitarne estrazione e uso. La Nature restoration law, entrata in vigore nel 2024, prevede tra l’altro obiettivi specifici per il ripristino delle torbiere drenate utilizzate in agricoltura.

Noci di cocco nei terricci

La buona notizia è che le alternative all’uso della torba nelle produzioni florovivaistiche sono sempre più varie e alcune hanno già mostrato buone prestazioni. Alcuni materiali fibrosi naturali si sono rivelati efficaci nel migliorare le caratteristiche dei terricci utilizzati nelle coltivazioni. Esempi sono la fibra di cocco, cioè la parte fibrosa che ricopre le noci di cocco, e lo “sfibrato di legno”. Quest’ultimo è un materiale ottenuto sminuzzando parti di legno, solitamente proveniente da alberi di conifere, in fili sottili.

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Rispetto alla torba, i materiali fibrosi hanno il grande vantaggio che, pur assorbendo molta acqua, rendono facilmente disponibile per le piante gran parte dell’acqua che catturano. «Oltre a migliorare la qualità dei substrati nei quali vengono fatte crescere le piante, l’uso di questi materiali comporta quindi un notevole risparmio idrico», dice Corti.

fibra di cocco
Fibra di cocco. Foto: Pexels

Compost made in Italy

Una delle alternative più importanti che potrebbe aiutare la produzione orticola e florovivaistica ad abbandonare l’uso della torba è in realtà anche uno dei migliori esempi di economia circolare: il compost. Dal compost verde, ottenuto dalla decomposizione di resti vegetali provenienti da sfalci d’erba e potature, al compost urbano, cioè quello prodotto dai nostri rifiuti domestici, questo materiale è un ottimo ammendante per migliorare la fertilità del suolo e dei substrati di coltivazione.

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Il suo utilizzo comporterebbe anche vantaggi economici. Essendo prodotto direttamente in Italia, il compost abbatterebbe i costi di importazione della torba, che nel nostro paese non viene più estratta da tempo. Inoltre, negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti per garantire la sicurezza dei prodotti di origine del compost e la sua qualità.

lombrichi
Lombrichi nel compost. Foto: Pexels

L’aiuto dei lombrichi

Un altro aiuto inaspettato potrebbe arrivare da alcuni piccoli abitanti del suolo: i lombrichi. A partire dal letame rilasciato dagli animali da allevamento, soprattutto bovini, questi incredibili ingegneri del terreno creano il cosiddetto vermicompost, un humus dalle eccellenti proprietà chimiche e biologiche, in grado di migliorare la qualità e la salute del suolo e rendere l’ambiente di coltivazione più stabile, fertile e produttivo. «Le alternative alla torba ci sono, e la strada per smettere di sfruttare le torbiere è aperta. Serve solo scegliere di intraprenderla. A livello ecologico, la torba è uno dei suoli più preziosi che abbiamo. E smettere di usarla significa proteggere il suolo», conclude Corti.

SCRIVE PER NOI

Enrico Nicosia
Giornalista pubblicista, ha lavorato nell'ambito della conservazione della biodiversità, occupandosi del rapporto tra ecosistemi, territori e comunità. Ha coordinato progetti internazionali in collaborazione con l'Università La Sapienza di Roma. Scrive per testate generaliste e di settore, tra cui Huffington Post, Le Scienze, Mind, La Nuova Ecologia e Il Manifesto